Smart working, smart davvero?

Smart working, smart davvero?

15 Febbraio 2021
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di Michele Caprini

Alla fine del 2020, secondo le stime dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, oltre sei milioni e mezzo di italiani erano impegnati nello smart working. È un fenomeno che interessa la quasi totalità delle grandi imprese, la maggioranza delle PMI e la grande maggioranza delle pubbliche amministrazioni. Un terzo dei lavoratori dipendenti italiani è passato al lavoro agile (neologismo quanto mai inappropriato) durante il lockdown, tra undici e dodici volte di più rispetto ai lavoratori censiti nel 2019.

La scorsa estate, il sindaco di Milano Beppe Sala fu molto chiaro al riguardo: «Stop allo smart working, torniamo al lavoro. L’effetto grotta è pericoloso». Le parole del sindaco erano, e restano, perfettamente comprensibili per chi, come lui, deve preoccuparsi delle prospettive sociali ed economiche di un organismo complesso come una città metropolitana.

Smart working per chi?

Per prima cosa, occorre dare le giuste dimensioni al fenomeno. Lo smart working non interessa l’intera comunità ma solo una sua parte, e minoritaria. Impossibile pensare al “telelavoro” per la grande maggioranza dei lavoratori italiani. Non è opzione reale per chi guida l’autobus, per il personale sanitario, per chi lavora in fabbrica o in una catena della distribuzione, per chi consegna le merci e chi presta servizi di varia natura, dal bar all’idraulico. E la lista delle attività necessariamente “dirette” sarebbe, naturalmente, ben più lunga.

La “normalità” anomala

Beppe Sala espresse, allora, preoccupazione per le conseguenze possibili dello smart working, da lui inteso, e a ragione, come un’opportunità che non può sostituirsi indiscriminatamente alla normalità. Il riferimento è, in primo luogo, alla costrizione che deriva dalla mancanza di relazioni dirette, non surrogate tecnologicamente, tra le persone costituenti un corpo aziendale. E, conseguentemente, ai rischi di marginalizzazione che, per loro, ne derivano.

La riduzione dei costi, come effetto indotto dallo smart working, fa gola a molti, che lo vedono come modello organizzativo obbligatorio e definitivo. Attualmente, però, questa avviene tramite un puro trasferimento di costi dall’azienda al dipendente. Credo che, in presenza di un obbligo, venga meno la natura stessa dello smart working che vuole a premessa fiducia, libertà e responsabilità finalizzate a massimizzare il contributo del dipendente.

In definitiva, posso pensare ai vantaggi teorici di questa pratica per le persone: flessibilità oraria, maggiore autonomia, risparmio economico e di tempo. Dell’interesse per le aziende, ho già detto, ma sono convinto che dietro le lusinghe immediate dello smart working ci siano anche seri rischi d’inefficienza e instabilità su cui riflettere.

I rischi

Ad esempio, l’estensione dell’orario di lavoro (reperibilità e disponibilità senza limiti effettivi), la commistione dannosa di professionale e privato (nel concetto e negli spazi fisici), l’indebolimento dei meccanismi di tutoring e formazione tipicamente abilitati dalle relazioni personali e di gruppo.

E, ancora, le difficoltà indotte dalla concomitanza dello smart working con la gestione famigliare e domestica, i fattori di distrazione, l’impatto sulla vita famigliare con più persone collegate con dispositivi diversi in ambienti non adatti (dalla camera da letto alla cucina), la connessione domestica spesso inadeguata e tendente ad allargare ancora di più gli elementi di “digital divide” tra lavoratori di classe A e classe B.

L’insopprimibile natura dell’azienda e del lavoro

Mi è ostile l’idea di una azienda concepita come un insieme di punti di connessione. Credo che l’entusiasmo spesso acritico per lo smartworking sottovaluti ampiamente alcuni elementi che, prima dell’emergenza sanitaria, rivestivano naturale importanza quali, per ricorrere ancora ai neologismi, il team building e il work-life balance o, più semplicemente e italianamente, il lavoro nella sua ineludibile dimensione sociale e il giusto rapporto tra questo e la vita privata delle persone. È del tutto innaturale e dannoso sottovalutare questi aspetti.

COVID-19 e i suoi disastrosi effetti sociali hanno indotto la convizione, estesa e ingannevole, che, da alternativa per limitati gruppi professionali, lo smart working possa diventare la panacea a tutti i mali. Adesso, occorre tornare con i piedi per terra e capire come salvare il bambino e buttare via l’acqua sporca, che è tanta.

 

Michele Caprini – Laureato all’Università di Genova con una tesi in Storia del Pensiero Scientifico, per trent’anni ha poi assunto diverse responsabilità commerciali e marketing nel settore dell’information technology, in aziende multinazionali e italiane. Dal 2014 presta le proprie competenze al Gruppo Retex, leader italiano nell’ambito delle tecnologie e dei servizi per il retail, nella veste di responsabile editoriale”.

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