Lo stress lavoro correlato 1° parte

 

 

Squilla il telefono privato, quello del lavoro, arriva un sms, un fischiettio, una notifica del calendario on line, arriva la mail sull’account privato, quello dell’ufficio, quello che conoscono alcuni, quello che conoscono altri. Ci sono le pratiche da sbrigare, servizi da erogare, richieste di clienti e fornitori da soddisfare.

Richieste dal partner, dall’amica, dai figli, dalla scuola, dalla palestra. E poi ci sono le  aspettative personali: i devo, i voglio, i non posso (negli anni sessanta, Holmes e Rahe elaborarono la scala di adattamento, una scala degli eventi maggiormente stressanti che ci troviamo ad affrontare nel corso della nostra vita, clicca qui per approfondire).

Ogni giorno riceviamo centinaia di input, di stimoli dall’esterno e da noi stessi. e ad ognuna di queste richieste decidiamo come rispondere. E di fronte ad ognuno di questi stimoli ci sentiamo in un certo modo: frustrati, compiaciuti, sovraccaricati, demoralizzati, attivati, efficaci, efficienti, affaticati…stressati.

Così scriveva dello stress il suo “scopritore”, il medico austriaco Hans Seyle. «La completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si pensa di solito, noi non dobbiamo, e in realtà non possiamo, evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace, e trarne vantaggio imparando di più sui suoi meccanismi ed adattando la nostra filosofia dell’esistenza ad esso». E’ ormai nota la sua ricerca con i topolini: studiando e osservando quelle che potevano essere le risposte fisiologiche delle cavie alla somministrazione di sostanze nocive, notò che gli animali sottoposti a stimolazioni esterne, soprattutto negative, si ammalavano più frequentemente di quelli non sottoposti a tali stimoli. Durante i suoi studi, Seyle identificò con il termine stress “la risposta non specifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata ad esso”.

Lo stress non è né buono né cattivo, è piuttosto il nostro modo di affrontare gli stressor, agenti stressanti, stimoli interni o esterni a noi, che determina uno stato di benessere o di malessere interiore. L’ambiente e le difficoltà che insorgono sulla nostra strada determinano degli effetti su di noi e noi abbiamo delle reazioni.

Queste reazioni possono cambiare il nostro corpo, il modo di stare nel lavoro, nelle scadenze e nella relazione con colleghi, capi, clienti e fornitori, il modo di relazionarci con le persone che fanno parte della nostra rete di conoscenze, il modo di guardare al futuro e al presente.

Provate a pensare ad una situazione in cui avete provato paura: magari avete sentito il vostro cuore accelerare, la pressione sanguigna aumentare, i muscoli contrarsi, vi siete sentiti pronti o a lottare o a fuggire. Oppure i battiti cardiaci sono diminuiti e avete iniziato a sudare freddo, la sensazione corporea è stata di impossibilità a muovervi. Nel primo caso il vostro corpo ha attivato il sistema nervoso simpatico: esso permette, di fronte ad un pericolo, di fuggire o di combatterlo. Nel secondo caso è stato attivato il sistema parasimpatico: sembrano non esserci reazioni davanti al pericolo, tutto si ferma. Il nostro organismo secerne una varietà di ormoni che guidano le nostre reazioni corporee.

E poi ci sono i fattori legati alla nostra storia personale e alle nostre abitudini: di fronte a chi mi aggredisce aggredisco a mia volta, oppure tengo dentro e, apparentemente, subisco l’aggressione esterna.

Quando le nostre reazioni sono risposte a stressor provenienti dall’ambiente di lavoro, parliamo di stress lavoro correlato.

Nel quinquennio 2002 – 2006, nell’ambito della strategia comunitaria per la salute e la sicurezza, è stata fatta un’ampia ricerca sulla relazione tra stress ed organizzazioni lavorative che ha segnato “il passaggio da strumenti di tutela risarcitoria, individuati a livello giurisprudenziale, a forme di tutela preventiva che, coinvolgendo la politica gestionale del datore di lavoro, richiedono un approccio multidisciplinare”.

Nell’ambito di queste strategie, a livello normativo, il passo più importante, compiuto dalle istituzioni europee, è stato la stipulazione di un accordo, nel 2004 a Bruxelles, tra il sindacato europeo (CES) e le tre organizzazioni datoriali europee, realizzato su base volontaria.

L’accordo europeo (recepito in Italia nel 2008) definisce lo stress come “una condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale ed è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle richieste o alle aspettative riposte in loro”.

Secondo i dati dell’Unione Europea (fonte Agenzia Europea di Bilbao, 2009) lo stress è la seconda causa di assenza dal lavoro in Europa, dopo i disturbi muscolo-scheletrici. Esso contribuisce per oltre il 50% delle assenze del personale e costa alle imprese e ai governi dell’UE circa 20 miliardi di Euro, derivanti dalle assenze e dai relativi costi per la salute.

L’Italia ha iniziato ad affrontare la tematica dello stress lavoro correlato con l’approvazione del Testo Unico 81/08 e le integrazioni successive e tramite diversi studi tesi alla comprensione del disagio e della sua diffusione all’interno delle industrie.

Secondo i dati raccolti dall’INAIL, nel 2010 c’è stato un aumento del 16,7% di denunce per malattie professionali rispetto all’anno precedente. Lo stress rappresenta solo l’1% delle denuncie totali.

Lo stress sembrerebbe, dunque, una problematica non prioritaria ma ecco come si è espresso Luigi Sorrentini, direttore centrale prestazioni INAIL, in merito:

 

Il dato delle denunce è molto inferiore a quello che emerge dalle indagini sullo stress fatte tramite questionario sul quale incide la percezione soggettiva. È molto inferiore anche la percentuale di casi riconosciuti per questa malattia (pari al 13%, per l’appunto), contro il 40% delle altre malattie professionali (indicativamente su 40mila domande l’anno circa 16mila sono riconosciute). Questa è infatti una malattia non tabellata e l’onere della prova è a carico del lavoratore, che deve dimostrare che lo stress è collegato al lavoro. È più difficile che pervengano denunce per tale tipologia di malattia per timore del lavoratore di entrare in collisione con l’impresa“. (fonte sito INAIL)

 

Non solo. C’è un altro fattore da considerare: gli strumenti che le aziende hanno per valutare lo stress lavoro correlato. È solo del novembre 2010 la pubblicazione della circolare del Ministero del lavoro con la quale sono state approvate, per le aziende e gli operatori,  le indicazioni necessarie alla valutazione dello stress lavoro correlato.

L’ultimo fattore da prendere in considerazione è la scarsa conoscenza che si ha di questo argomento e la poca familiarità con l’associazione di disturbi fisici a disagi e difficoltà psicologiche.

Un esempio pratico è il mal di testa: il mal di testa viene curato con rimedi chimici (l’aspirina) o alimentari (caffè) o con il riposo. Viene considerato, spesso, come un fastidio momentaneo che, se curato, è anche passeggero.

Ma il mal di testa è un sintomo: chi usa i videoterminali a lungo sa che , in momenti di affaticamento della vista, si può presentare il dolore alla testa. Chi assume posizioni scomode tenendo, per un tempo prolungato, i muscoli della schiena in tensione potrà accusare lo stesso sintomo. Dopo una discussione con un collega, o l’emergere di difficoltà nell’affrontare alcune pratiche lavorative, o in periodi di intenso lavoro, può capitare di soffrire di mal di testa.

Fatti i dovuti controlli fisici è necessario, quindi, domandarsi cosa, a livello mentale ed emotivo, stia succedendo. Chiedersi “come sto?” non solo fisicamente ma anche a livello delle emozioni e dei pensieri è fondamentale per capire il disagio che proviamo ed iniziare a trovare i modi per poterlo affrontare.